Filosofia

  • Quel che, da Aristotele ai giorni nostri, è stata chiamata scienza è piuttosto un discorso sulla scienza, costituito da un susseguirsi di rappresentazioni, modelli interpretativi, paradigmi, prodotti da una miriade di discipline il cui numero è in continuo aumento. Questo discorso doveva fare presa sulla realtà, prendere le cose in un sistema sempre più unitario e totalizzante, puntando a una comprensione generalizzata. L’etimo di scienza rimanda alla radice ski, tagliare, dividere, ma questa divisione è un frazionamento: questo discorso deve comprendere prima dividendo in unità

  • Un grande medico francese diceva che la salute è il silenzio degli organi. Per tutta la vita cerchiamo una cosa: che gli organi tacciano. Dopo una malattia, non vogliamo più ascoltare il nostro corpo. Attraverso il corpo, la malattia ci fa entrare progressivamente in un contesto esclusivamente sociale – con il medico, con le medicine, con la sanità – e, quando moriamo, il nostro corpo è completamente inquadrato nella società. Dunque, nonostante le credenze dell’ideologia individualistica, il corpo non ci appartiene. Il giurista e psicanalista Pierre Legendre diceva che il corpo appartiene

  • Il tema di questo forum sul brainworking m’interessa molto, non solo per quello che ha di avventuroso la vita di qualsiasi imprenditore (tra impresa e avventura c’è senza dubbio una vicinanza), ma anche perché sottolinea che l’imprenditorialità è strettamente collegata con l’aspetto immateriale di qualsiasi bene economico. Direi che i beni economici sono immateriali ai due estremi. Anzitutto all’estremo ultimo della fruizione: un bene economico, se non fosse fruito da qualcuno, non sarebbe un bene, ma anche la fruizione di un oggetto materiale, in se stessa, è qualcosa di spirituale, di

  • Se dovessi attribuire una nascita simbolica alla modernità in Europa, sceglierei una data che forse non avete in mente: il 529, anno in cui viene fondato il monastero di Montecassino. Piaccia o no a Chirac, è lì la nascita dell’Europa, quando San Benedetto lancia per tutta Europa i suoi monaci per costruire una rete che da allora non è più venuta meno ma che prima non c’era. Lancia i suoi monaci sulla base di un motto che tutti noi ricordiamo: “Ora et labora”. E si tratta di capire bene cosa vuol dire “orare” e “laborare”, per un benedettino. Aggiungerò un particolare che non è marginale

  • “Il cuore si configura per primo nell’insieme del nostro corpo, proprio come le fondamenta di una casa o la chiglia di una barca, e continua a palpitare ancora dopo la morte, per sparire da ultimo così, come per primo è apparso”.

    Così scriveva il filosofo greco Filone di Larissa, ponendo in rilievo quanto il battito del cuore fosse indicativo della vita. Fino a pochi anni fa, l’unico parametro certo che ci fosse vita, anche in termini medicolegali, era rappresentato dal fatto che il cuore battesse, e la linea elettrocardiografica era la prova estrema dello stato di vita o di morte

  • Voltaire, in una delle sue osservazioni più felici, notò, scrivendolo in un saggio, che alle borse commerciali di Amsterdam, di Londra, di Surat o di Bassora, il guebro, il baniano, l’ebreo, il maomettano, il deista cinese, il bramino indiano, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficavano tutto il giorno assieme, e nessuno di loro avrebbe mai levato il pugnale sull’altro per guadagnare un’anima alla sua religione. Nello stesso saggio Voltaire, che nella sua esistenza non avrebbe dato a sua volta sempre prova di tolleranza, si chiede

  • Un punto di partenza interessante per la nostra conferenza potrebbe essere un evento culturale che ha tre secoli e che suscitò molto scalpore a Londra, in Inghilterra, e poi in Europa: la pubblicazione di una breve favola, scritta da un olandese che si era trasferito a Londra, medico di grande successo e anche filosofo, che si chiamava De Mandeville. In questa favola, che divenne rapidamente famosa, si parlava di un alveare dove le api, che erano simili agli uomini, avevano organizzato una società estremamente complessa, dinamica e imprenditoriale, sempre più ricca, sempre più potente,

  • È molto difficile parlare del rapporto che c’è tra l’uomo in generale, l’ebreo in particolare e Dio. Sin dai primissimi capitoli della Torah – la parte fondamentale dell’Antico Testamento – si narra dell’istituzione del rapporto tra l’uomo e Dio. Cercherò di trovare una spiegazione dal punto di vista rabbinico, poiché il contenuto del libro di Bloch mi tocca particolarmente da vicino, in quanto studioso del testo della Torah, della Bibbia, dei testi rabbinici e di ciò che riguarda lo scibile ebraico.

  • La più potente scrittura che l’uomo abbia mai inventato è la scrittura matematica, la scrittura della modellizzazione totale di ogni cosa. Nessuna scrittura potrebbe rendere un tavolo come la scrittura matematica. Apparentemente, sembrerebbe meglio un’immagine, meglio dipingerlo, però solo la matematica è in grado potentemente d’impadronirsi di questo movimento rappreso che è un tavolo. E questa verità potremmo illustrarla con la grande intuizione cartesiana dell’algebra e degli assi cartesiani: si tratta sempre di stabilire due coordinate cercando di cogliere dove si trova il punto che si

  • Quando ho avuto tra le mani il libro di John Bloch, Dio e la poesia (Spirali), ho pensato che ci fosse, nel frontespizio, un errore di stampa. Forse si erano dimenticati l’accento, dato che il titolo doveva essere Dio è la poesia. Poi mi sono accorto che i due titoli si equivalgono: Dio è nella poesia, solo che Dio è la poesia e la poesia è Dio: non già nel senso della coincidenza dei due termini, ma di una presenza di Dio nella poesia. E insieme di un’assenza di Dio, che testimonia la sua presenza come cifra e come nostalgia. Nel 1970 pubblicai la mia filosofia della