Sergio Dalla Val

  • L’epoca della comunicazione totale, diretta, “virale” ha incontrato con il Covid-19 il suo contrappasso: l’influenza incontrollata, il contagio rapidissimo, il virus senza vaccino. E l’esibizione dei contatti nei social è divenuta tabù del contatto, paura di toccare, paura di una stretta di mano. Che ne è del Noli me tangere con cui Cristo, in mezzo alla folla, indica che la parola non si tocca, non si prende? Inebetiti, come tanti Tonio dei Promessi sposi, ai vincenti di ieri non resta che dire: “A chi la tocca la tocca”. E quanti sedicenti comunicatori ci avevano spiegato

  • Nel libro La Repubblica Platone introduce la distinzione tra “stato sano” e “stato malato, rigonfio di umori malsani”.
    Quest’ultimo, secondo lui, è popolato di “gente che non si troverà affatto in città per bisogni necessari”, ovvero che non servirà per uno stato sano: “cacciatori e mimi, musicisti e poeti, impresari e artigiani”.
    E poi “molti servitori (diákonoi): pedagoghi, nutrici, governanti, cameriere, barbieri, cuochi e macellai”. Sono servitori in uno stato malsano, in cui non possono mancare “anche i porcari: tutte persone assenti dal nostro primitivo stato

  • Occuparsi, impegnarsi, affaccendarsi, affannarsi: quando? Per cosa? Per chi? Vale la pena? O la candela? “Ho raggiunto le mie mete, i miei obiettivi, non ho più finalità da perseguire: non è meglio fare un passo indietro, o andare in pensione, o cedere l’azienda, magari dopo aver programmato il passaggio generazionale, eletto il successore, venduto al fondo d’investimento?”. Sulle note del fantasma di fine del tempo, la ballata dell’arrivato, del vincitore vinto – di chi sapeva, voleva, poteva, doveva fare e ora non sa, non vuole, non può più nulla – propone la rassegnazione come abito di

  • Nella Scienza nuova, pubblicata nel 1744, pochi mesi dopo la sua morte, Giambattista Vico scrive che al “dominio eminente delle civili potestà, nei pubblici bisogni, deve cedere il dominio sovrano e dispotico che hanno i padri di famiglia de’ loro patrimoni” (4-I-971).
    Vico indica in tal modo come in nome dei “pubblici bisogni”, il “dominio sovrano” dei privati sui loro patrimoni deve cedere alle “civili potestà”, al potere pubblico, sottolineando come già nell’antica Roma la dicotomia pubblico-privato si doveva risolvere a vantaggio del pubblico. Del resto già Cicerone nota

  • Nell’epoca della condivisione sociale e della predazione fiscale, del taglio agli investimenti e della caccia allo spreco, dove tutto, dal tempo all’energia, deve essere misurato e risparmiato, il superfluo viene, idealmente, bandito: nulla di troppo, nulla di futile e di frivolo, occorre limitarsi a quel che è strettamente necessario, in base ai criteri di accettabilità e di sostenibilità. Con questi criteri nullificanti, il necessario diventa il minimo necessario: il minimo male necessario, il minimo sacrificio necessario, il minimo spreco necessario. In tal modo, in nome della propria

  • Calmate il vostro cuore; purificate la vostra anima; liberatevi della vostra intelligenza”. Questo precetto tratto dallo Zhuangzi è uno dei tanti esempi della diffidenza nei confronti dell’intelligenza che pervade il pensiero orientale. L’autore, il maestro Zhuang (369-286 a.C.), riformatore del taoismo cinese, prosegue: “Correggete il vostro corpo e unificate i vostri sguardi, l’armonia celeste scenderà in voi; frenate la vostra intelligenza e rettificate il vostro atteggiamento, lo spirito trascendente vi visiterà.
    La virtù vi abbellirà; il Tao abiterà in voi”. Per il taoismo, l’

  • Agli inizi degli anni settanta, il termine “dispositivo” entra nel dibattito filosofico e ideologico a proposito dell’incidenza del potere politico e economico nella società attraverso le strutture linguistiche e discorsive. Jean-François Lyotard, nella sua analisi dell’“economia libidinale”, basata su una concezione del sociale come molteplicità di flussi di energie e di forze pulsionali, introduceva la nozione di dispositivo pulsionale come macchina che “ordina l’orientamento dei flussi energetici sul campo di iscrizione del linguaggio”. Lyotard giungeva a cogliere una contrapposizione

  • “E veramente accade che sempre dove manca la ragione suppliscono le grida”: così scrive Leonardo da Vinci nel Trattato della pittura, dove chiama “lingua de’ litiganti” quella che elude “l’esperienza” e poggia sulla “falsa e confusa scienza” perché “pasce di sogni i suoi investigatori”.
    Dai social network al governo, dai giornali di regime ai tribunali del popolo, questa assordante lingua dei litiganti, ipnotica e demagogica, percorre oggi la provincia Italia: è la lingua comune, lingua del nulla, fatta di appelli al popolo, di critiche al profitto industriale e finanziario, di

  • Quando qualcosa non va o non funziona, quando le cose precipitano o girano in tondo, quando sembra spalancarsi l’abisso, la tentazione di abbattersi, di colpevolizzarsi, di punirsi, di criminalizzarsi è comune, anzi è d’obbligo. La pena, la colpa, il crimine sono da sempre funzionali alla riuscita sociale, che deve passare attraverso un percorso e un cammino sacrificali, attraverso l’iniziazione, la purificazione, la redenzione. In Occidente come in Oriente: nella Cina del terzo secolo a.C., regnante la dinastia Qin, l’imperatore Shi Huang Di, che avviò i lavori della Muraglia cinese,

  • Chi conta di più? Quanto conta quel che facciamo? I conti tornano? L’idea comune di conto lo considera strumento per misurare o risparmiare il fare, per giustificarlo, per finalizzarlo.
    Nella formulazione “In fin dei conti” spetterebbe al conto sancire la fine per decidere il valore delle cose, del fare, del viaggio. Questo conto presunto obiettivo è conto sul tempo, conta sulla fine del tempo, per poterlo misurare e dunque risparmiare.
    Ma il risparmio di tempo non paga: il processo di valorizzazione esige l’investimento, non il risparmio. Il conto non è fondante: del conto