Sergio Dalla Val

  • Avere le proprie ragioni”, “farsene una ragione”, “non sentir ragioni”: queste e altre locuzioni correnti presentano la ragione in una versione personale, soggettiva, sottoposta all’idea di padronanza. È la ragione subordinata alla facoltà, al controllo: ragione sociale, umana, politica. La ragionevolezza. “Ho bisogno di ragioni, per sottomettere la mia ragione” (Jean-Jacques Rousseau). E tutte le ragioni sono buone perché ognuno si limiti, deleghi, si rassegni, fino alla giustificazione suprema, la ragione di stato.

  • O la borsa o la vita? La borsa, la vita. Con la borsa che non si oppone alla vita, perché non è un sacco ma figura dell’apertura, come si quotano gli umani? Con quali forze, con quali denari, con quali titoli? Come si qualificano, si valorizzano, si cifrano le cose? Prendere quota, a bassa quota, la quota parte. Con la borsa della vita importa la quotazione di ciascuno, anziché il prezzo di ogni uomo. Altrimenti la quota diventa algebrica, risulta quoziente, frutto di una divisione algebrica, di un frazionamento.

  • Perché le cose si complicano? Tutto sembrava procedere in modo coerente, univoco, sistemico: una vita di calcoli a somma zero, di conti che tornano, ogni cosa poteva trovare una sistemazione. Certo, ogni tanto qualche cedimento, qualche indizio di crisi, ma poi tutto si aggiustava, in modo organico, funzionale alla totalità. C’erano le equazioni non lineari per fronteggiare il caos, i sistemi autorganizzantesi di Ilya Prigogine, la teoria morfologica per le catastrofi di René Thom e anche il battito di una farfalla in Brasile era preso nell’insieme, da quando Edward Lorenz lo aveva reso

  • Basta dare un’occhiata intorno e l’arte sembra trionfare: le grandi mostre si riempiono di visitatori, le città “d’arte” traboccano di turisti, le banche fanno a gara per finanziare i restauri di palazzi, porte e chiese, anche a Bologna, dove i cittadini con una sottoscrizione senza precedenti salvano dalla rovina la Basilica di Santo Stefano. A prima vista, tutti amano l’arte, tutti vogliono che la città sia bella, e le associazioni s’impegnano per questo con il volontariato. Anche per la cultura, c’è un gran daffare: i dibattiti si moltiplicano, gli incontri internazionali fungono da

  • Non c’è limite al peggio. Cercando il proprio limite, che stabilirebbe la sua certezza soggettiva, il soggetto trova il peggio come colmo del male. Di male in peggio. Così ognuno spera nella fine, per esempio della difficoltà o della crisi, e cerca nel peggio il limite personale e soggettivo. Il peggio è passato, il peggio ha da venire: rappresentazioni del tempo, con il bene e il male posti dinanzi, anziché alle spalle. Allora, tolta l’aritmetica del fare, secondo cui s’instaura il ritmo, c’è chi fa soltanto sperando che tutto vada bene, nel modo algebrico, e chi fa soltanto avendo

  • “Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo” (Ippocrate). La considerazione che il cibo è decisivo per la salute, indicata dalla medicina ionica di Alcmeone e ancor prima dall’ayurveda indiana, era stata colta anche da Ippocrate. Ma il medico greco l’ha moralizzata con l’invito a nutrirsi di medicina (“che la medicina sia il tuo cibo”), dunque a sottoporsi alla medicina come necessità di vita. Da allora, se la medicina è il cibo, essa diviene il modello del cibo, si pone come il cibo perfetto, il cibo sano, cui ogni nutrimento, magari buono ma non sempre salutare, deve

  • Ognuno ci spera, ci pensa, ci prova. Ognuno ci crede, ce la mette tutta, s’impegna, anche oltre le proprie possibilità. Fa tutto per bene, fa tutto per il bene, proprio e degli altri. Ognuno sa cosa è bene fare, e persegue la riuscita, dando il meglio di sé. E si pensa, si conosce, conosce i suoi limiti e le sue possibilità, sa fin dove può arrivare. È bravo, fa bene, peccato che non sia riuscito, ma ce l’ha messa tutta, fino all’ultimo. All’ultimo, comunque, tutto si risolverà. Ognuno crede nell’ultimo, nell’ultimo sforzo, nell’ultimo minuto, nell’ultima battaglia. L’importante è che le

  • Quando si parla del marchio, come nel libro di Ferdinando Cionti Made in Italy (Spirali), che offre lo spunto per il dibattito di questo numero, sembra che si tratti di un problema soltanto per le aziende o le Camere di commercio. Eppure, già Naomi Klein, con il suo best-seller mondiale, No logo, aveva evidenziato che la questione del marchio ha implicazioni economiche, finanziarie, politiche e culturali che, nell’era della globalizzazione, investono l’intero pianeta con importanti conseguenze per ciascuno. 

    Perché c’è indifferenza, se non timore, attorno al

  • Come la restituzione contribuisce alla valorizzazione? Secondo l’idea che gli obblighi sociali costituiscano la base della civiltà, la restituzione, per esempio di un dono, risulta essenziale per istituire i rapporti sociali nell’idea di parità. Si tratterebbe di restituire per ricambiare, per contraccambiare, per avviare un ordine sociale come ordine simbolico: secondo l’antropologia, con il dono non si costituirebbe il valore della cosa, bensì il valore del rapporto come base della società. Per questo il dono potrebbe anche essere inutile, proprio per marcare il suo

  • Tra le sue varie definizioni, il novecento potrebbe annoverare anche questa: è il secolo delle riviste e dei manifesti culturali e artistici. Dalla “Voce” alla “Lacerba”, da “Critica sociale” a “Nuovi argomenti” fino a “Aut aut”, attorno alle riviste sorgevano movimenti, collettivi e correnti che, pur mantenendo alcuni compromessi con le ideologie, lanciavano idee, messaggi, proposte. Ma ora, con il venir meno delle utopie ideologiche e delle avanguardie culturali, dopo la fine del secolo, anche il tempo delle riviste, e con esso il tempo dei dibattiti e della ricerca