Psicanalisi

  • Oskar Panizza nacque a Bad Kissingen, un paese termale della Baviera, dove il padre e la madre possedevano un grande e florido albergo. Il padre morì quando Oskar aveva appena tre anni. Secondo un formale contratto firmato dai due coniugi prima del matrimonio, i figli nati dall’unione dovevano essere allevati secondo i principi della religione del padre, quella cattolica, la confessione prevalente in Baviera. Invece la madre, protestante e di estrazione ugonotta, volle educarlo secondo la religione protestante, particolarmente rigida e severa, entrando presto in conflitto con le autorità

  • Per l’antropologia la scena è primaria, non originaria, è illuministica e illuminata: nel deserto, o nella foresta, un viandante, magari un guerriero, ne incontra un altro. Nel silenzio, una smorfia, poi un gesto, forse un dono: ecco lo scambio, l’alleanza, poi la parola. Più tardi, per la linguistica, la parola stessa diventa un elemento che un emittente sceglie di scambiare con un ricevente. Baratto, dono, vendita che sia, in questo modo lo scambio è sottoposto al soggetto, diventa il rapporto sociale. Quando scambiare? Con chi scambiare? In nome della parità sociale, il principio di

  • La cifrematica offre gli strumenti per indagare in quale stadio si trova il viaggio della vita e per constatare che ciascuna giornata è improntata alla costruzione, in direzione della qualità, se non c’è la preoccupazione per i principali spauracchi dell’umanità: la morte e la prigione. Facendo cose che si scrivono, avvalendosi della costruzione, non c’è più paura della morte e della prigione. Chi ha paura della fine, invece, si limita, fa cose accettate e accettabili, di cui non resta nulla, in omaggio alla comunità conformista.

  • La nostra epoca è sostanzialista. Ciascun elemento della vita, le difficoltà della giornata, le conversazioni con i colleghi, con i familiari, con gli amici, viene preso in modo sostanziale, ovverosia realistico, come se stesse fuori dalla parola. L’arte della parola, la qualità della conversazione, la vivacità linguistica sono divenuti valori desueti. Ogni cosa viene immaginata e affrontata come se partecipasse a un sistema. Così, anche il disagio, il sogno, i lapsus, le sbadataggini, ciò che sfugge alla linea, al cerchio, a un’idea standard della vita viene forzatamente rimesso dentro al

  • L’epoca dice che siamo in tempo di crisi, e ognuno non vede l’ora che la crisi finisca. Che ci sia la crisi sembra così autorizzare che si debba averne paura, perché – non sapendo come uscirne e quando la crisi finirà – occorre rassegnarsi alla crisi. Quello che non viene considerato da questa ideologia, che fa della crisi un male, una negatività, è che il termine crisi indica l’intervento del tempo in quel che si dice e in quel che si fa, intervento assolutamente incontrollabile, inarrestabile, irrimediabile. La crisi è irrimediabile. E il termine crisi – che in greco indica giudizio,

  • Nel discorso comune, l’integrazione viene scambiata spesso con l’inserimento, il coinvolgimento, il completamento. Il termine “integro” viene inteso come ciò che è completo, indiviso, totale, addirittura puro. Così l’integralismo, il colmo della purezza, diviene quasi l’opposto dell’integrazione. E, spesso, l’integrazione viene temuta da chi ha paura di perdere la propria integrità.

  • L’idea che la paura sia comune a tutti consola gli umani e li illude di essere uguali e senza responsabilità. E li giustifica nell’invocazione di un rimedio al disagio, anch’esso uguale per tutti, che sia lo psicofarmaco o il rimedio domestico: la sigaretta, il bicchiere, l’eccesso nell’alimentazione. Secondo questo pregiudizio, chi non sta sotto l’egida della paura ordinaria bara o ha qualcosa da nascondere. La psicanalisi e la cifrematica propongono un’analisi e un’elaborazione rivoluzionaria della paura, invitando a considerarla come una sentinella dell’inconscio, non rappresentabile

  • Molte volte, per la paura solamente, sanza altra esperienza di forze, le città si perdono”. Questo dice Machiavelli nell’Arte della guerra: è bastata la paura, perché la battaglia sia andata persa. La paura giustificherebbe l’assenza di battaglia in direzione della qualità. In breve, la paura viene associata all’idea di un’alternativa alla riuscita: noi abbiamo l’idea di potere scegliere tra combattere e non combattere, e a questa idea viene associata la paura, che giustificherebbe la scelta obbligata, la scelta di non combattere.

  • Nel discorso occidentale la materia è sempre stata pensata come massa inerte e amorfa, in attesa di un’anima o di una forma che la vivifichi o la organizzi. Una materia soggiacente, sostanziale (pròton hypokéimenon, “soggetto primo”, la considerava Aristotele), sostrato base per il divenire, dunque esente da divenire. Una materia morta, di cui l’arte deve occuparsi o che deve subire una formazione, una materia al di fuori della parola, che deve significarla o formalizzarla. La linguistica del Novecento, per esempio con Louis Hjelmslev, ha cercato la materia nella

  • Avere le proprie ragioni”, “farsene una ragione”, “non sentir ragioni”: queste e altre locuzioni correnti presentano la ragione in una versione personale, soggettiva, sottoposta all’idea di padronanza. È la ragione subordinata alla facoltà, al controllo: ragione sociale, umana, politica. La ragionevolezza. “Ho bisogno di ragioni, per sottomettere la mia ragione” (Jean-Jacques Rousseau). E tutte le ragioni sono buone perché ognuno si limiti, deleghi, si rassegni, fino alla giustificazione suprema, la ragione di stato.